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Fed, svolta da falco nella lotta all’inflazione

La Fed, banca centrale USA, potrebbe alzare il costo del denaro più velocemente e in modo più aggressivo per tenere a bada la spirale dei prezzi

La Fed (Federal Reserve) spinge sull’acceleratore nel percorso di normalizzazione della sua politica monetaria. “Alzeremo i tassi di interesse più velocemente e in modo più aggressivo” per tenere a bada la spirale dei prezzi, ha detto il presidente della banca centrale USA, Jerome Powell, in quello che è stato forse il suo messaggio più forte nella lotta contro l’inflazione.

Cosa significa, esattamente? Che i mercati dovrebbero aspettarsi “un rialzo superiore al quarto di punto al prossimo o ai prossimi incontri”. Dunque, la Fed potrebbe aumentare i tassi di 50 punti base, forse già al prossimo meeting del 3 e 4 maggio, vista “l’inflazione maggiore e più persistente delle attese e la severità dei problemi alle catene di approvvigionamento”.

Powell ha segnalato che c’è un’urgenza nella sfida contro l’inflazione che non era così visibile solo una settimana fa, quando la Fed ha effettuato il suo primo aumento dei tassi da oltre tre anni. Le parole di Powell, infatti, sono arrivate dopo che, lo scorso 16 marzo, la Fed ha annunciato il primo rialzo dei tassi dal 2018, pari a 25 punti base, che ha portato il costo del denaro nel range tra lo 0,25% e lo 0,50%. E nel corso del 2022 sono attesi almeno altri sei aumenti dei tassi.

Inflazione, contesto politico e prezzi in ascesa portano alla svolta

Insomma, la svolta c’è stata ed è stata anche bella decisa. Del resto, il contesto inflazionistico non era più compatibile con una politica a tasso zero già da diversi mesi, anche prima dell’esplosione del conflitto in Ucraina. E dopo che a febbraio l’aumento dei prezzi ha segnato il 7,9% negli Stati Uniti, il record dal 1982, un intervento “forte” si è reso evidentemente necessario.

Nemmeno il conflitto in corso in Ucraina facilita le cose. L’impatto delle tensioni geopolitiche a Est – ha rilevato Powell – sta esercitando pressioni al rialzo sui prezzi, in particolare quelli energetici, componente importante della dinamica dei prezzi. E potrebbe potenzialmente frenare l’attività economica. Insomma, meno crescita e più inflazione in arrivo: non proprio una bella notizia.

“Con l’outlook che si evolve, aggiusteremo la politica come necessario, per assicurare un ritorno alla stabilità dei prezzi con un mercato del lavoro forte”, ha detto Powell nel corso del suo intervento alla conferenza della National Association of Business Economics.

L’analisi del governatore si basa su una semplice considerazione: il mercato del lavoro è molto forte e l’inflazione è troppo alta. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è attualmente al 3,8% e le offerte di lavoro pro-capite sono a livelli record, una combinazione che sta facendo aumentare i salari più velocemente di quanto sia sostenibile.

C’è un eccesso di domanda e, almeno in linea di principio, una politica monetaria meno accomodante potrebbe ridurre la pressione sul mercato del lavoro e aiutare a stabilizzare l’inflazione senza aumentare la disoccupazione. “C’è un’ovvia necessità di agire rapidamente per riportare la posizione della politica monetaria a un livello più neutrale, e quindi passare a livelli più restrittivi se questo è ciò che è necessario per ripristinare la stabilità dei prezzi”, ha detto Powell.

La reazione dei mercati

Dopo le parole di Powell, nella giornata di lunedì 21 marzo, gli indici di Wall Street hanno momentaneamente virato al ribasso, mentre i trader, che già scommettevano su un aumento dei tassi di interesse di almeno un quarto di punto in ciascuna delle restanti sei riunioni della Fed dell’anno – si sono mossi per prezzare la probabilità di aumenti di mezzo punto nelle prossime due riunioni di maggio e giugno.

Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le previsioni sui tassi USA, stimando due strette monetarie da 50 punti base nelle riunioni del FOMC, il braccio di politica monetaria della Fed, di maggio e giugno. E il responsabile economista di UBS, Jonathan Pingle, ha sottolineato che “le probabilità di un rialzo dei tassi di 50 punti base stanno aumentando”.

Ma l’atteggiamento da falco della banca centrale USA non sembra aver sconvolto i mercati più di tanto, con Wall Street che già nella giornata di martedì 22 marzo si è riportata in terreno positivo. Sotto i riflettori, ancora in quella giornata, i tassi sui Treasuries USA, con quelli decennali che, dopo le parole di Powell, sono balzati fino al 2,359%, nuovo record dal maggio del 2019.

Non troppa sorpresa sui mercati

Il fatto che le Borse abbiano retto l’urto delle parole di Powell non dovrebbe sorprendere più di tanto. Nel momento in cui una banca centrale passa all’azione, infatti, solitamente il mercato è stato già ben preparato, ha già scontato la stretta e probabilmente anche gran parte delle mosse successive. Inoltre, il cambiamento di direzione della politica monetaria in senso restrittivo avviene di solito in presenza di uno scenario di crescita economica. Insomma, non tutto il male viene per nuocere.

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