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Banche centrali in ritirata: che succede ai tuoi investimenti?

Fed, Bce, Boj e non solo, ognuna con tempi e modalità diverse, stanno riponendo l’artiglieria sfoderata durante la crisi

Le principali banche centrali hanno aspettato l’ultimo mese dell’anno per annunciare alcuni cambiamenti significativi nelle loro politiche monetarie. Al netto delle differenze sulle modalità, dettate anche dai diversi punti di partenza e dal fatto che ogni economia ha le proprie specificità, una cosa appare molto chiara: è iniziata la ritirata dalle politiche ultra-espansive adottate un po’ ovunque per combattere gli effetti della pandemia – seppur con qualche eccezione, si vedano Cina e Turchia. E uno dei motivi principali sta nella corsa prolungata dell’inflazione.

Dalla Fed alla Bce, dalla Bank of England alla Bank of Japan, fino alla norvegese Norges Bank, le banche centrali si trovano però di fronte a un grosso dilemma: come riporre l’arsenale sfoderato durante la crisi senza soffocare la ripresa economica, finalmente vigorosa? Il tutto tra l’altro, avviene in un momento in cui i contagi di covid 19 sono di nuovo in aumento – questa volta a causa della variante omicron – e si teme un ritorno delle misure restrittive.

Ma procediamo con ordine. Cosa hanno deciso le banche centrali nel mese di dicembre?

La svolta “da falco” della Fed

Nella riunione del 15 dicembre la Federal Reserve ha annunciato mosse più radicali del previsto per contrastare l’inflazione: pur mantenendo i tassi fermi tra lo 0 e lo 0,25%, la banca centrale statunitense ha raddoppiato il ritmo di riduzione degli acquisti di asset – in altre parole ha raddoppiato la velocità del tapering - portandola da 15 a 30 miliardi di dollari di bond in meno ogni mese.

Di questo passo, gli acquisti termineranno a marzo 2022. E l’anno prossimo sono previsti tre rialzi dei tassi, seguiti da altri tre nel 2023 e due nel 2024. L’accelerazione del tapering è stata decisa “alla luce degli sviluppi dell’inflazione e dei miglioramenti sul mercato del lavoro”, ha spiegato la banca centrale americana che, come previsto, ha rimosso dal comunicato finale il termine “transitoria” per descrivere l’inflazione (l’ultimo dato, quello relativo a novembre, evidenzia un aumento dei prezzi del 6,8% su anno).

I mercati Usa hanno reagito in ordine sparso a questa mossa, che tutto sommato era attesa, anche se non in questa entità – del resto i dati sull’inflazione rendevano inevitabile una reazione restrittiva. Subito dopo l’annuncio di Jerome Powell, l’indice S&P 500 ha inanellato il 67esimo record da inizio anno, mentre il Nasdaq ha mostrato debolezza nei due giorni successivi alla notizia. Le società tech che popolano questo indice, del resto, tendono a essere più penalizzate da un rialzo dei tassi, perché hanno business molto proiettati sul lungo termine e sono tipicamente indebitate, motivo per cui le loro valutazioni si ridimensionano quando i tassi di interesse vengono proiettati al rialzo.

Bce cammina sulle uova, ma inizia a chiudere i rubinetti

La Banca centrale europea, da parte sua, ha lasciato i tassi invariati tra lo 0 e lo 0,25%, ma ha annunciato che il programma di acquisti per l’emergenza pandemica (Pepp) da 1.850 miliardi di euro, lanciato a marzo 2020, non sarà prolungato e si concluderà, come previsto, a marzo 2022: nei primi tre mesi del prossimo anno gli acquisti mensili caleranno gradualmente prima di azzerarsi. Tuttavia, come a controbilanciare l’impatto di questa decisione, Francoforte ha fatto sapere che incrementerà temporaneamente il “vecchio” programma in vigore per l’acquisto di titoli di Stato, l’App (asset purchase program). Solo per il secondo trimestre del 2022, gli acquisti passeranno da 20 a 40 miliardi di euro mensili (scenderanno poi a 30 miliardi nel terzo trimestre per ristabilirsi sui 20 miliardi al mese a partire da ottobre 2022).

"La crescita sta rallentando ma ci aspettiamo che l'attività torni ad accelerare fortemente nel corso dell'anno prossimo", con il Pil che “dovrebbe superare il livello pre-pandemico nel primo trimestre del 2022”, ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde. L’inflazione nella zona euro è aumentata a novembre del 4,9% su base annua.

C’è anche chi alza i tassi

La sorpresa (se così si può definire) è arrivata dalla Bank of England, che ha optato per un rialzo dei tassi di interesse di 15 punti base: dallo 0,1% allo 0,25%. La mossa in realtà era stata preventivata dagli analisti, ma con il dilagare della variante omicron ci si aspettava un rinvio della stretta monetaria. Anche la norvegese Norges Bank ha alzato i tassi di interesse (dallo 0,25% allo 0,50%): in questo caso si tratta del secondo aumento in tre mesi, ampiamente previsto dagli economisti.

BoJ avvia il tapering

Infine, la banca centrale del Giappone ha lasciato invariati i tassi di interesse, ma ha deciso di ridurre i suoi acquisti di corporate bond e di commercial paper a partire dal prossimo aprile, riportandoli gradualmente ai livelli pre-pandemia.

Le eccezioni: Cina e Turchia ancora in modalità ultra-espansiva

Si muovono in controtendenza rispetto alle grandi banche centrali solo gli istituti cinese e turco. La Pboc (People’s Bank of China) ha tagliato il tasso di riferimento dei prestiti per la prima volta da aprile 2020, portandolo dal 3,85% al 3,80%. La decisione, presa in un contesto di crescita in rallentamento per l’economia del Dragone, mira a ad aumentare la liquidità del sistema bancario per i finanziamenti alle imprese.

Quanto alla Turchia, che prosegue sul sentiero di riduzione dei tassi avviato lo scorso settembre, il presidente Erdogan ha chiarito che “da musulmano continuerò a fare quello che è richiesto dal decreto divino”: il riferimento è alla dottrina islamica che vieta l’applicazione di alti tassi di interesse e dell’usura come forma di credito.

Cosa significa per i tuoi investimenti?

Le decisioni delle banche centrali e le diverse modalità di azione potrebbero creare un po’ di incertezza e volatilità sui mercati nei prossimi mesi, tieniti pronto.

Inoltre, una volta che sarà avviato il percorso di rialzo dei tassi, è lecito aspettarsi in aumento dei rendimenti obbligazionari e dei tassi sui mutui.

Detta in parole più semplici, l’aumento dei tassi di interesse rende più costoso il denaro preso in prestito dalle banche commerciali le quali, a loro volta, spostano questi costi extra su consumatori e le aziende, aumentando di fatto i prezzi dei prestiti. Significa che mutui e prestiti costeranno di più.

Questo comporta una riduzione del denaro disponibile nelle tasche dei consumatori e, di conseguenza, un rallentamento dell’attività economica in generale – cosa che in questa fase le banche centrali stanno cercando di scongiurare. Tassi di interesse più elevati, d’altro canto, portano i consumatori a risparmiare di più, perché ricevono maggiori ritorni sui risparmi depositati presso le banche.

Un aumento dei tassi potrebbe pesare negativamente anche su alcune aziende (e quindi su alcune azioni): con il calo della domanda di credito, i consumatori potrebbero acquistare di meno. Inoltre, se i tassi aumentano, gli imprenditori interessati ad aprire una nuova società potrebbero scoraggiarsi, proprio perché i costi di un prestito sono più alti.

Infine, i tassi di interesse possono influire sul valore della valuta: in generale, quando i tassi di interesse ufficiali di un paese salgono, la sua valuta si apprezza.

Insomma, come hai visto una variazione nella politica monetaria delle banche centrali può avere effetti significativi sui mercati finanziari, quindi il tema ti tocca direttamente nelle tue vesti di investitore.

E siccome stiamo parlando di dinamiche piuttosto complesse, in cui tra l’altro le aspettative svolgono un ruolo determinante nei movimenti dei mercati, ti consigliamo di rivolgerti a un consulente finanziario esperto, che sia in grado di guidarti attraverso questa fase delicata di transizione.

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