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Finanza, occhio alla sindrome del giocatore d’azzardo

L’investitore, proprio come il giocatore, può cadere vittima del cosiddetto “wishful thinking”: convincersi, cioè, che quel che più desidera diventerà realtà.

C’è una pubblicazione, uscita nel 2011 a cura della Consob, che ripercorre i primi 150 di storia della nostra borsa. Si intitola, non a caso, “Dall’Unità ai giorni nostri: 150 anni di borsa in Italia”. Ci sono due momenti che il primo capitolo di questa pubblicazione fotografa. Due momenti, diremmo noi oggi prendendo a prestito un’espressione di Robert J. Shiller, di euforia irrazionale. Un’euforia che, quando si fa spazio, induce molti a vivere l’investimento azionario con lo stesso spirito col quale si affronterebbe una scommessa. O un gioco d’azzardo.

Gli anni Ottanta e le dot.com

“Nel corso degli anni Ottanta”, si legge nella pubblicazione Consob, “il rendimento medio annuo reale delle azioni è pari a circa il 14%. Nel 1986, in particolare, il mercato sembra essere in preda a una euforia incontrollabile. L’indice nominale per i titoli maggiori sale di oltre il 200% e si assiste a un elevatissimo numero di quotazioni in borsa di nuove società”, tanto che “il numero complessivo di società quotate passa da circa 160 a oltre 200”. Senonché, dopo l’euforia del 1986, nel 1987, sulla scia del crollo della borsa Usa, si registra una forte correzione al ribasso dei corsi azionari, concentrata nell’ultimo quadrimestre dell’anno”.

Passano gli anni. Fra il 1998 e il 2000 “si registra una nuova fase positiva per il mercato azionario, alimentata non solo dalla fase espansiva del ciclo economico ma soprattutto dalla cosiddetta ‘dot.com mania’, che porta a una bolla delle quotazioni dei titoli tecnologici, legati alle tecnologie informatiche e all’utilizzo di internet”.

Un triennio nel quale “il rendimento reale delle azioni è stato pari a quasi il 30%. Questa euforia, simile a quella del 1986, porta alla nascita, in Italia e nei principali Paesi europei, di mercati borsistici specializzati nella quotazione di imprese innovative di piccole e medie dimensioni e il numero di società quotate sul listino della borsa di Milano fa un altro significativo salto dimensionale”. Poi, agli inizi del 2001, la bolla scoppia. E a settembre segue l’attentato alle Torri Gemelle. “Complessivamente, nel biennio 2001-2002 il valore reale delle azioni crolla di quasi il 70%”.

Cosa accomuna questi due momenti di borsa?

Possiamo immaginare che molti piccoli investitori, presi dalla paura di perdere un’occasione (la Fear of Missing Out o FOMO di cui abbiamo già parlato), si siano fatti conquistare dai rialzi e abbiano deciso di “giocare” in borsa. Il termine non è casuale e, anzi, è piuttosto frequente quando si parla di investire nel mercato azionario. Il che non lo rende meno improprio. Ma è comunque rivelatore: rivela, infatti, lo stato d’animo con cui spesso – negli anni passati e ancora oggi, quando sui mercati prevale l’ottimismo – ci si accosta agli investimenti. Come se fossero un gioco. Un gioco d’azzardo, appunto.

E la trappola è lì, pronta. Si tende a pensare che, se è uscito “nero”, adesso non potrà che uscire “rosso”. Ma è un’illusione. Un auto-inganno. Posto infatti che le giocate alla roulette non siano truccate, ogni giocatore può subire una lunga sfilza di “neri” prima che finalmente esca il “rosso”.

Come si traduce tutto questo in termini borsistici?

“Se quel titolo è salito così tanto finora, chissà quanto ancora potrà salire d’ora in avanti”, si pensa talvolta. E invece no: il mercato potrebbe iniziare a scendere. E continuare a farlo per un po’ di tempo, prima di cambiare direzione. E l’investitore potrebbe non avere pazienza e risorse sufficienti per mantenere il titolo (o i titoli) nel suo portafoglio e aspettare che arrivi l’inversione di tendenza. Cosa ci spinge a cadere in questa trappola?

“Il tuo curriculum è fighissimo, sicuro scelgono te”. “Hai fatto bene ad accettare, sei brava, vedrai che poi ti fanno il contratto a tempo indeterminato”. Il fumettista Zerocalcare la chiama “Profezia dell’Armadillo”: ovvero, “qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi”. Altri lo chiamano “wishful thinking”: la tua mente prende un desiderio (la risalita del titolo in borsa o la vittoria del “rosso” alla roulette) e lo eleva a realtà, attribuendo all’evento desiderato una probabilità di accadimento più alta di quello che invece, attenendosi ai fatti, sarebbe ragionevole aspettarsi.

Nella tua mente, insomma, una cosa diventa tanto più probabile quanto più desideri che si verifichi. Salvo poi, quando gli eventi prendono ben altra piega, sperimentare un disagio. Finanziario, ma anche psicologico. Un disagio dal quale ti devi difendere.

Così entrano in gioco i meccanismi di difesa

Tra i meccanismi di difesa c’è il rovescio del self attribution bias, di cui ti abbiamo recentemente parlato: i meriti a me, le colpe a qualcun (o qualcosa) altro. Purtroppo, però, i meccanismi di difesa non risolvono le cause del disagio. Due sono le cose che invece puoi fare in questi casi:

  • riconoscere che ti stai lasciando/ti sei lasciato sedurre dal canto delle sirene come i marinai di Ulisse e correre ai ripari;
  • riconoscere i segnali che il tuo corpo ti invia (per esempio, mancanza di appetito o sonno compromesso per via dell’ansia dovuta all’andamento dell’investimento sul quale hai puntato tutto) e fermarti a riflettere.

In realtà. c’è una terza cosa che puoi fare. A ogni idea, guizzo, ispirazione che ti venga riguardo a un investimento, prima di procedere parlane con il tuo consulente finanziario: saprà aiutarti a valutare ogni mossa dalla più giusta e corretta prospettiva. O, se proprio serve, a rimediare.

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