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Cop26, tra occasioni perse e passi in avanti

La Cop26 si è chiusa con un accordo in extremis che delude, frutto di un compromesso tra 200 Paesi con esigenze diverse

Pochi numeri, impegni rimandati e promesse piuttosto vaghe, nonostante la condivisa preoccupazione e la consapevolezza dell’urgenza di cambiare. Si è conclusa così la COP26, la conferenza sul clima di Glasgow che si è tenuta nei giorni scorsi sotto la presidenza britannica.

Alla chiusura dei lavori, il presidente della COP26 Alok Sharma non ha nascosto la sua delusione: con la voce rotta si è infatti scusato tra le lacrime per il processo con cui si è giunti alla versione finale dell’accordo, ma al tempo stesso ha ribadito anche “l’importanza di proteggere questo pacchetto”. 

Il Glasgow Climate Pactil Patto per il clima di Glasgow è stato infatti “annacquato” con un compromesso nel passaggio che riguarda la fine del carbone, tema cruciale.

Carbone: da “eliminazione” a “riduzione graduale”

Nella bozza dell’accordo c’era l’impegno specifico nella rinuncia ai combustibili fossili, ma l’India, facendo asse con la Cina, è riuscita a ottenere un cambiamento all’ultimo minuto sulla già vaga formulazione sull’impegno, con la sostituzione nel testo la formula “phase-out”, cioè “eliminazione graduale” del carbone, inserendo l’espressione “phase-down”, cioè “riduzione graduale”.

Significa che sarà possibile continuare a bruciare carbone, a patto però di ridurne in qualche modo il rilascio di gas serra nell’atmosfera, e che sarà possibile continuare a dare sussidi ai combustibili fossili (solo in Italia molti miliardi di euro all’anno) eliminando solo quelli inefficienti.

Temperatura, ribadito l’obiettivo a 1,5 gradi

Anche il riferimento alle temperature non segna grandi passi in avanti, secondo le principali associazioni ambientaliste presenti a Glasgow.

Anche se viene ribadita la necessità di fare il possibile per non superare l’aumento di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, considerato dagli scienziati il valore limite per prevenire una catastrofe climatica, di fatto non viene modificato l’obiettivo già fissato nel 2015, in occasione della famosa Cop25 di Parigi: il limite resta fissato a “entro 2 gradi centigradi”.

Emissioni, obiettivo -45% entro il 2030

Sulla riduzione delle emissioni, il traguardo viene addirittura allontanato rispetto alla linea segnata al G20 di Roma. Per la neutralità climatica, infatti, non viene più indicato il 2050, ma un più generico “intorno alla metà del secolo” – un modo per tenere a bordo anche Cina (2060) e India (2070). Resta invece la promessa di ridurre le emissioni globali di gas serra, comprese quelle di anidride carbonica, del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010.

Esigenze contrapposte

Del resto, mettere tutti d’accordo non era semplice: da un lato ci sono i Paesi occidentali – Stati Uniti ed Europa in primis, ma anche Giappone e Australia – che dovrebbero guidare la transizione e hanno confermato gli obiettivi di Parigi al 2050 (ma non disdegnano affatto il ricorso alle fonti fossili, anzi); dall’altra tutto il blocco dei Paesi emergenti, capitanati da due giganti come Cina e India.

I due colossi sono tra i Paesi più inquinanti al mondo (nonostante ogni anno aumentino gli investimenti nelle rinnovabili). E rivendicano a gran voce il diritto di esserlo ancora per qualche anno: se guardiamo alle emissioni accumulate nel corso degli anni, infatti, Cina e India sono due formichine rispetto all’Occidente, che ha potuto inquinare liberamente e senza regole per decenni, riuscendo a raggiungere livelli di crescita e benessere che adesso i Paesi Emergenti vogliono poter eguagliare.

poi ci sono i Paesi produttori di idrocarburi, come Russia e Arabia Saudita, che hanno la necessità di finanziare la svolta ecologica con la vendita di gas e petrolio ancora per un paio di decenni.

Delusione sugli aiuti ai Paesi vulnerabili

Delusione anche sugli aiuti finanziari ai Paesi più poveri. Ormai 12 anni fa, a Copenaghen, i Paesi più abbienti assicurarono che, a partire dal 2020, avrebbero versato 100 miliardi di dollari l’anno per sostenere la transizione e l’adattamento dei Paesi poveri. A fine 2021, non si è ancora visto un centesimo.

Nei primi giorni del vertice si era parlato di sbloccare i versamenti nel 2023, ma l’accordo finale riconosce solo il diritto a perdite e danni, senza garantire l’istituzione di un fondo per “riparare” i danni già causati dal climate change alle nazioni vulnerabili, con grande delusione di Africa, America Latina e stati insulari. Si esorta invece a raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2025.

La reazione di Greta

La giovane attivista svedese Greta Thunberg ha affidato a Twitter il suo giudizio sulla Cop26.

“La Cop26 è finita. Ecco un breve riassunto: Bla, bla, bla. Ma il vero lavoro continua fuori da questi saloni. E noi non ci arrenderemo mai, mai”. Insomma, tanta delusione condivisa anche da Greenpeace e da altre associazioni ambientaliste.

Cosa puoi fare per il clima coi tuoi investimenti

Se i politici tentennano cosa puoi fare tu, in qualità di investitore, per favorire la lotta al cambiamento climatico? Puoi scegliere investimenti attenti alle tematiche ambientali e che magari, grazie a una chiara politica di engagement, sappiano stimolare le aziende a muoversi nella giusta direzione per garantire una transizione efficace e giusta per tutti. O puoi investire con un occhio agli sviluppi tecnologici, visto che proprio l’evoluzione della tecnologia ha un ruolo fondamentale (anche) nella transizione climatica.

Ad esempio scegliendo dei fondi sostenibili ESG che tengono conto del potenziale finanziario avendo a cuore anche l’impatto ambientale e sociale.

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