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Recovery Fund, da soluzione a “problema”: trattative arenate

Ungheria e Polonia hanno posto il veto all’approvazione del bilancio pluriennale, a cui è legato il fondo Next Generation EU. Un’impasse inedita

Doveva rappresentare la ritrovata unità dell’Europa. Un accordo “storico” in grado di segnare un cambio di passo per il Vecchio Continente, finanziando con 750 miliardi di debito comune la ripresa economica dopo la crisi scatenata dalla pandemia di coronavirus.
Invece il fondo Next Generation EU – noto anche come Recovery Fund – rischia ora di esacerbare le tensioni in seno ai Paesi membri. E, soprattutto, di far tardare l’erogazione dei fondi tanto attesi dalle economie europee flagellate dalla crisi.

Cosa è successo?

Martedì 17 novembre, durante una riunione del Consiglio europeo, Ungheria e Polonia hanno annunciato la decisione di porre il veto all’approvazione del bilancio pluriennale2021-2027 (che vale 1.074 miliardi di euro) a cui è legato proprio il Recovery Fund da 750 miliardi.
Il problema è che, se il bilancio non viene approvato all’unanimità entro l’anno e non si dispone contestualmente l’aumento del tetto delle risorse proprie, la Commissione europea ha le mani legate e non potrà avviare la procedura di collocamento sul mercato di prestiti e sovvenzioni del Next Generation EU.

Il “seme della discordia” è il rispetto dello Stato di diritto.

La decisione di porre il veto di Ungheria e Polonia è arrivata dopo che Consiglio e Parlamento UE hanno dichiarato l’intenzione di concedere i fondi comunitari solo ai Paesi che rispettano le condizioni dello stato di diritto previste dal Trattato sull’Unione europea.
Nello specifico, il meccanismo prevede che, qualora uno degli Stati membri violi i principi base condivisi – tra cui l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo e la libertà di espressione – si possa decretare la sospensione degli aiuti con voto a maggioranza qualificata, mentre Budapest e Varsavia vorrebbero l’unanimità. Non a caso, in questi anni la Commissione ha più volte richiamato Ungheria e Polonia proprio sul tema dell’indipendenza della giustizia.
Il Parlamento europeo da parte sua ha già fatto sapere che non è disposto a negoziare i termini dello stato di diritto. Insomma, l’impasse è senza precedenti – così come senza precedenti è la rottura del metodo dell’unanimità con un veto al Consiglio Europeo.

Quale via d’uscita?

Le trattative riprenderanno a dicembre, in occasione della prossima riunione del Consiglio. Intanto, si ragiona sulle possibili strade alternative per poter utilizzare almeno il Recovery Fund, nel caso proprio non si trovasse un compromesso. Come spiega ISPI – l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – non esiste soluzione dentro i Trattati: l’unica possibilità, esterna, è trasformare il Recovery Fund in strumento intergovernativo. Ma è una strada lunga, e comunque i fondi strutturali (cioè quelli previsti dal bilancio pluriennale) rimarrebbero “ostaggio” del veto.

Mandare tutto all’aria significa tirarsi la zappa sui piedi.

Si spera di non dover arrivare a tanto e di trovare invece una soluzione politica. Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha esordito il suo discorso in conferenza stampa con un richiamo all’unità: “dobbiamo restare uniti su questo. Questo pacchetto finanziario è essenziale per la nostra ripresa economica”, ha detto. “Dobbiamo implementarlo il prima possibile. Per quanto riguarda il meccanismo di condizionalità, la grande maggioranza degli Stati membri concorda con il compromesso sul tavolo. Alcuni Stati membri hanno indicato di non essere in grado di sostenere la maggioranza. Continueremo le discussioni per trovare una soluzione accettabile per tutti.”
Tra l’altro Ungheria e Polonia sono fra i Paesi più colpiti dalla seconda ondata di coronavirus e fra i massimi beneficiari del bilancio pluriennale. Migliaia di cantieri avviati nei due Paesi da quando hanno aderito all’UE nel 2004 – strade, ponti, ferrovie, riqualificazione urbana – sono dovuti proprio ai fondi comunitari, rileva ISPI. E i fondi sono anche la calamita per gli investimenti delle aziende occidentali, da cui Ungheria e Polonia dipendono.

Intanto il tempo passa…

Intanto però – nella migliore delle ipotesi – va messo in conto un altro ritardo, difficilmente quantificabile, per l’erogazione dei 750 miliardi del fondo Next Generation EU. Il quale, una volta ricevuto il via libera da Bruxelles, dovrà ancora passare al vaglio di diversi parlamenti nazionali. Il prossimo Consiglio europeo si riunirà (sempre virtualmente) il 10 e l’11 dicembre.

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