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Fed e BCE all'unisono: tassi d’interesse sempre più su

Le due banche centrali di Stati Uniti e area euro hanno varato un nuovo aumento da 75 punti base. Potrebbero rallentare, ma non si fermeranno: ecco perché.

Nessun tentennamento in casa Fed: la banca centrale statunitense ha varato all’unanimità il quarto aumento dei tassi d’interesse da 75 punti base di fila, per un totale di 375 punti base da marzo. L’intervallo raggiunto è quindi del 3,75%-4%. Tutto ciò è stato comunicato al mercato mercoledì 2 novembre, all’incirca una settimana dopo il rialzo di pari portata operato nell’area euro dalla Banca Centrale Europea.

 

Per smorzare l’inflazione, sembrano ribadire le autorità monetarie al di qua e al di là dell’Atlantico, bisogna andarci giù pesante. Ma per quanto tempo ancora?

 

Verso altri rialzi, ma (forse) più contenuti

 

Cominciamo dalla Fed. Le dichiarazioni rese dal presidente Jerome Powell in conferenza stampa dopo la riunione del FOMC lasciano presagire una revisione al ribasso dell’entità dei rialzi. Cambia però il punto di arrivo, immaginato ora un po’ più alto. I rialzi proseguiranno fino a raggiungere un “orientamento di politica monetaria sufficientemente restrittivo per riportare l’inflazione al 2% nel tempo”.

 

E questo, possiamo dire, già si sapeva. Ma c’è un’avvertenza non di second’ordine, come sottolineano gli esperti di ING James Knightley, Padhraic Garvey e Chris Turner: il Comitato terrà conto dell’inasprimento cumulativo della politica monetaria, dei ritardi con cui la politica monetaria si riverbera sull’attività economica e sull’inflazione e degli sviluppi economici e finanziari.

 

Ciò, secondo i tre esperti, suggerisce che il FOMC ha già fatto molto lavoro e che potrebbe essere arrivato il momento di rallentare un po’. Che non significa uno stop degli aumenti. Perché un conto è il ritmo dei rialzi dei tassi, un altro è il traguardo da raggiungere: l’inflazione è un cavallo che va domato e la banca centrale USA non vuole correre il rischio di allentare le briglie troppo presto.

 

Come stanno reagendo l’economia e i mercati?

 

La rapidità con cui i rendimenti dei Treasury, i tassi ipotecari e gli altri costi di finanziamento sono aumentati sta provocando un certo stress economico, specialmente nel mercato immobiliare. E i timori di recessione si vanno allargando. Ma nelle analisi sullo stato di salute del paziente c’è una voce che più delle altre è all’attenzione del medico Fed: è l’indice dei prezzi al consumo, come evidenziano i tre esperti di ING.

 

“La Fed vorrebbe vedere con chiarezza qualche prova circa il fatto che le pressioni sui prezzi stanno cominciando a moderarsi. L’IPC core (escluso cibo ed energia) e il deflatore PCE core continuano a mostrare prezzi in aumento dello 0,5% o dello 0,6% su mese, mentre c’è bisogno di vedere numeri più vicini allo 0,1-0,2% per far scendere l'inflazione annuale al 2% nel tempo”.

 

Fari accesissimi, quindi, su due dati in uscita prima della riunione del FOMC di dicembre: l’indice dei prezzi al consumo di ottobre e quello di novembre. Se in una di queste due occasioni l’indice core (che appunto esclude le componenti più volatili, vale a dire cibo ed energia) dovesse raggiungere lo 0,3% o lo 0,4% su base mensile, insieme a ulteriori segnali di un più ampio rallentamento e di un allentamento delle pressioni sui prezzi, la Fed avrebbe il via libera per un rialzo di “soli” 50 punti base.

 

Dal punto di vista dei mercati, la notizia che il tasso finale potrebbe essere più alto tende a mettere in ombra la discussione sul ritmo dei rialzi. E d’altro canto nessun banchiere centrale, almeno in Occidente (con l’esclusione, forse, del Giappone), ci tiene a sembrare troppo “morbido” nella lotta all’inflazione: ne va della reputazione delle banche centrali stesse. Lo sa bene la Banca Centrale Europea.

 

Pugno di ferro contro il rialzo dei prezzi

 

Come ricorda Carsten Brzeski di ING, appena un anno fa la presidente della BCE Christine Lagarde dichiarava in conferenza stampa di non stare facendo tapering. Ad appena un anno di distanza, la BCE si è resa autrice della più aggressiva serie di rialzi della sua storia, nonostante una guerra in Europa, pochi segnali di surriscaldamento dell’economia e indicazioni invece di un’incombente recessione. Tutti gli occhi sono puntati sull’inflazione da record, trainata principalmente dagli alti prezzi dell’energia e delle materie prime. Questo il commento di Brzeski.

 

“Un paio di anni fa, la stessa BCE, ma con protagonisti diversi, avrebbe potuto decidere diversamente. L’attuale BCE si è resa conto molto tardi del fatto che, anche se guidata da fattori legati all’offerta, un’inflazione troppo elevata per troppo tempo può danneggiare la credibilità di una banca centrale e dare seguito a effetti secondari ingiustificati”.

 

Così la BCE ha aumentato i tassi di interesse di 75 punti base: i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, quelli sulle operazioni di rifinanziamento marginale e quelli sui depositi sono quindi saliti, rispettivamente, al 2%, al 2,25% e all’1,5%. Contrariamente alle decisioni di luglio e settembre, l’entità del rialzo di fine ottobre è parsa largamente sostenuta da tutti i membri del board.

 

Oltre all’atteso rialzo dei tassi, Francoforte ha annunciato modifiche alle attuali operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (TLTRO), in termini di tasso di interesse applicato e di anticipo delle date di rimborso. A partire dal 23 novembre, il tasso di interesse su tutte le restanti operazioni TLTRO III sarà indicizzato alla media dei tassi di interesse di riferimento della BCE. Previsti inoltre tre momenti aggiuntivi per i rimborsi anticipati. Tutto questo per rafforzare la trasmissione del nuovo orientamento di politica monetaria al mercato del credito.

 

Si è deciso poi di fissare la remunerazione della riserva obbligatoria al tasso sui depositi e non più al tasso di rifinanziamento, cosa che, secondo Brzeski, non dovrebbe avere alcun impatto “in quanto la riserva obbligatoria rappresenta attualmente solo una frazione della liquidità in eccesso complessiva”.

 

Il ciclo di rialzi dei tassi più convinto di sempre

 

La BCE ha operato un aumento totale dei tassi di ben 200 punti base in un arco temporale di poco più di tre mesi. Come sottolinea Brzeski, si tratta del ciclo di rialzi più aggressivo di sempre: basti pensare che nei due precedenti cicli dall’inizio dell’Unione monetaria l’Eurotower aveva impiegato almeno 18 mesi per procedere a un incremento della medesima portata. Un’ulteriore prova, questa, del profondo cambio di paradigma avvenuto a Francoforte.

 

E tuttavia, tanto la Fed quanto la BCE hanno ribadito ancora una volta l’importanza del monitoraggio dei dati economici: la cura anti-inflazione sarà davvero a tutti i costi? In attesa di scoprirlo, ti consigliamo di confrontarti sempre con il tuo Financial Coach per capire come posizionare il tuo portafoglio d’investimento in questa fase che, come ti diciamo sempre, è ricca di sfide ma anche di opportunità. E se le banche centrali alzano i tassi per contrastare l’inflazione, tu puoi contrastarne gli effetti investendo. Per ogni dubbio o curiosità, c’è il tuo Financial Coach.

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