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Ucraina: cosa sta succedendo?

Le tensioni Russia-Ucraina pesano sui mercati finanziari. Cerchiamo di capire com’è nata (e come potrebbe evolvere) la situazione

Scusi, a che ora è la guerra? È da novembre che il gelido vento di un conflitto armato soffia nel cuore dell’Europa. Ma perché? Chi sono gli attori coinvolti? E quanto questo può pesare sui tuoi risparmi? La questione è complessa, le domande sono solo all’apparenza semplici, il tema è in ogni caso estremamente attuale. Se sei d’accordo, facciamo velocemente il punto della situazione.

Russia-Ucraina: cosa sta succedendo?

Sei per caso un Millennial, nato magari nei primi anni Ottanta? Se sì, avrai fatto in tempo a frequentare la scuola elementare – quella che oggi si chiama primaria – quando sulle pareti delle aule ancora campeggiavano le vecchie cartine geografiche dell’Europa. A est, passati i Balcani e poco oltre, era tutta Unione Sovietica. E infatti, da lì in poi, sulla cartina era riportata la sigla URSS, che stava per Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Poi però è arrivato l’anno 1991 e, con esso, la dissoluzione dell’URSS, con diverse Repubbliche a ovest di Mosca che hanno dichiarato la loro indipendenza. Fra queste, l’Ucraina. La quale però è entrata a far parte della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), un’organizzazione internazionale oggi composta da nove delle 15 ex Repubbliche Sovietiche (il Turkmenistan è membro associato). Nel 2014, in concomitanza con le manifestazioni dell’Euromaidan, con l’annessione della Crimea da parte della Russia e con la guerra del Donbass (regione orientale dell’Ucraina, al confine con la Russia), l’Ucraina ha abbandonato la CSI.

Da allora, la spinta centrifuga si è rafforzata: il Paese si è allontanato da Mosca e avvicinato all’Occidente e alla NATO, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Della NATO, si legge sul sito ufficiale, può diventare membro “qualsiasi altro Stato europeo in condizione di soddisfare i principi di questo Trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area nord-atlantica”. Ed è uno status, quello di membro NATO, che l’Ucraina punterebbe ad acquisire. Con la benedizione, sentita e convintissima, degli Stati Uniti e con la massima contrarietà di Mosca.

Cos’è cambiato negli ultimi mesi?

A novembre le tensioni attorno all’Ucraina si sono riacutizzate. A fornire l’innesco sono state alcune immagini satellitari che hanno rivelato un consistente ammassamento di truppe russe proprio ai confini con l’Ucraina. Da qui ha avuto inizio una serie di scambi – non sempre dai toni pacati – tra i due antichi contendenti: gli Stati Uniti, storicamente leader dell’area atlantica radunata attorno alla NATO, e la Russia, che in termini di area d’influenza geopolitica ha raccolto l’eredità dell’URSS.

Così, da un lato l’amministrazione Biden ha cominciato a minacciare sanzioni severe in caso di attacco all’Ucraina; dall’altro, il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito le sue richieste, fra le quali una precisa rassicurazione sul fatto che l’Ucraina resterà alla larga dalla NATO.

Da allora in poi, siamo tutti andati – è proprio il caso di dire – sulle montagne russe: a tratti il lavorio diplomatico – nel quale si è impegnata in particolare l’Europa, con Francia e Germania in prima linea – sembrava prossimo a dare i suoi frutti; a tratti i toni tornavano a riaccendersi. E di parecchio anche. Un quadro che è peggiorato in modo drastico venerdì 11 febbraio, quando dagli Stati Uniti è partito l’allarme su un presunto imminente attacco della Russia all’Ucraina. Mentre scriviamo, siamo ancora nella fase dell’escalation, tra notizie anche molto contrastanti e toni duri e pesanti che rendono assai difficile prefigurare gli sviluppi della situazione.

E i mercati come stanno reagendo?

Prima di venerdì 11 febbraio, le tensioni tra Stati Uniti e Russia intorno all’Ucraina non hanno avuto un impatto particolarmente importante sull’andamento dei mercati azionari, né sviluppati né emergenti. Le uniche ripercussioni sono state sugli asset russi. Le cose sono cambiate dopo l’allerta lanciata quel giorno dagli States, un’allerta che ha dato forza al cosiddetto “risk-off”, ossia lo spostamento degli investitori dalle asset class più rischiose a quelle meno rischiose (i cosiddetti “rifugi”).

E poi c’è tutto il tema delle materie prime. La Russia esporta materie prime di assoluta rilevanza per l’economia, tanto in ambito energetico (gas e petrolio) quanto lato metalli preziosi. Sono le stesse che già nei mesi passati, con la ripresa post-pandemia, hanno registrato rialzi dei prezzi di una certa non indifferente portata, con relative conseguenze sull’inflazione – in vigorosa risalita – e quindi sulle prospettive dell’economia stessa.

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Nel mezzo, anche in questo caso c’è l’Europa. Che, oltre a trovarsi fisicamente tra gli Stati Uniti e la Russia, è anche la regione più direttamente colpita dagli “on” e “off” dei rifornimenti da Mosca: pensiamo solo al gas. C’è anche questo, tra gli altri fattori, alla base dei rincari delle bollette cui stiamo purtroppo assistendo.

I mercati russi risentono delle tensioni?

Sembrerebbe di sì, almeno a giudicare dal responso che ne stanno dando i mercati: l’azionario ha registrato un calo del 30% da novembre a fine gennaio, al contrario del Credit Default Swap (strumento di copertura dal rischio di credito), che è invece salito (il rialzo non è mai un buon segno). In fondo, se da una parte è vero che Mosca, attraverso il colosso nazionale Gazprom, è il principale esportatore di gas naturale verso l’Europa, con l’Unione Europea che secondo Eurostat nel 2019 ha importato il 41,1% del suo gas naturale proprio dalla Russia, è anche vero che la Russia fa affidamento sugli incassi dal Vecchio Continente.

Secondo l’Economist, se dovesse chiudere i rubinetti del gas all’Europa, Gazprom subirebbe perdite economiche tra i 203 e i 228 milioni di dollari al giorno. Certo, osservano gli esperti, non è niente di particolarmente sconvolgente per Mosca, che può sempre contare sulle robuste riserve della banca centrale e sulle politiche messe in atto a valle delle sanzioni del 2014 per rafforzare la sua economia. La ricetta consiste in una gestione molto prudente della politica monetaria, del bilancio e del debito pubblico totale, che ammonta al 17% del PIL, secondo i dati del Fondo Monetario aggiornati a ottobre. Quindi, cosa ci aspetta?

Quando il gioco si fa duro, serve un supporto professionale

Non è per nulla facile dirlo. Ognuno avrebbe qualcosa da guadagnare ma anche moltissimo da perdere da un conflitto armato. Specialmente agli occhi dei mercati globali, per i quali caos, incertezze e grandi tensioni sono peggio che fumo negli occhi.

Cosa puoi fare, di fronte a questo quadro per nulla facile da ricomporre? Seguire il flusso di notizie attraverso le fonti più accreditate ma, soprattutto, prima di prendere una qualunque decisione su come gestire i tuoi risparmi, parlarne con un professionista della consulenza che sappia mettere tutto nella più giusta prospettiva.

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