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Deflazione, calano i prezzi: scopri come va la tua città

La deflazione è l’opposto dell’inflazione. C’è di buono che puoi far shopping spendendo meno. Ma ecco cos’altro sapere

Ti sarà capitato di sentir parlare di inflazione. In breve, l’inflazione è l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi in un certo periodo di tempo. Ci tocca tutti, direttamente, perché tale aumento ha come immediata conseguenza la diminuzione del potere d’acquisto del denaro che possediamo. In altre parole, con la stessa identica quantità di soldi, puoi comprare meno cose. A scatenare questo rialzo possono essere diverse variabili: una rinnovata forza della domanda di beni e servizi, un aumento del prezzo dei beni importati e via dicendo. Ma esiste un altro fenomeno contrario che angoscia le autorità economiche e monetarie in ogni parte del mondo: la deflazione.

Ti presentiamo la deflazione

Si tratta dell’opposto dell’inflazione e consiste nel calo del livello generale dei prezzi. Il che, da un lato, può essere una buona cosa: puoi comprare quel che ti piace spendendo meno. Ma la deflazione è anche il sintomo di un’economia che si sta inceppando, ed è per questo che preoccupa: ci dice che la domanda di beni e servizi si è indebolita. Funziona così: le imprese, non riuscendo a vendere, abbassano i prezzi, cosa che si ripercuote sui loro ricavi; ne deriva il tentativo da parte delle imprese stesse di ridurre i costi, tagliando quelli per l’acquisto di beni e servizi da altre aziende, per il lavoro e per il credito. Insomma, un bel pastrocchio.

Italia in deflazione per la terza volta nella storia

Per la terza volta dal 1954 – cioè da quando è disponibile la serie storica dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (noto anche come indice NIC) – nel 2020 il nostro Paese ha registrato una diminuzione dei prezzi al consumo, pari stavolta al -0,2%: le altre due furono nel 1959, con un -0,4%, e nel 2016, con un -0,1%. Come nel 2016, e a differenza del 1959, quando dipese anche da altri tipi di prodotto, “la variazione annua negativa dell’indice NIC è imputabile prevalentemente all’andamento dei prezzi dei beni energetici”, spiega l’Istat, prezzi che hanno subito un calo pari al -8,4% rispetto al 2019. Al netto di ciò, “l’inflazione rimane positiva e in lieve accelerazione rispetto all’anno precedente”.

La rilevazione dell’Istat in sintesi

“Nel mese di dicembre 2020, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (indice NIC, appunto), al lordo dei tabacchi, aumenti dello 0,2% su base mensile e diminuisca dello 0,2% su base annua (come nel mese precedente)”, ci dice l’Istat.

Nel dettaglio:

  • nel 2020, in media, i prezzi al consumo hanno registrato una diminuzione pari al -0,2%, dal +0,6% del 2019;
  • al netto degli energetici e degli alimentari freschi, la cosiddetta “inflazione di fondo” è cresciuta dello 0,5%, come nel 2019;
  • al netto dei soli energetici, i prezzi sono aumentati dello 0,7%, a fronte del +0,6% del 2019.

Ma oltre all’indice NIC c’è anche l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, o IPCA, che è quello utilizzato per comparare l’inflazione del nostro Paese con quella degli altri Paesi dell’area euro. Ebbene, l’Istat ha analizzato l’impatto che l’inflazione misurata da questo specifico indice ha avuto nel 2020 sulle famiglie distinte per livelli di consumo, in particolare su quelle con minore e maggiore capacità di spesa.

È emerso che:

  • per le famiglie con più elevati livelli di spesa, l’inflazione nel primo trimestre è stata stabile a +0,5%, proprio come nel quarto del 2019, si è azzerata nel secondo e nel terzo trimestre fino a cambiare di segno nel quarto trimestre, riportando un -0,2%;
  • tra le famiglie con minori capacità di spesa il segno meno ha fatto capolino già nel secondo trimestre (-0,5%).

Focus sui tipi di prodotto

Ma torniamo al nostro indice NIC. Il quale ci conferma che la flessione riscontrata a fine anno è imputabile ai prodotti energetici, in particolare ai prezzi dei trasporti, a quelli dell’acqua, dell’elettricità e dei combustibili presso le abitazioni e a quelli delle comunicazioni. Le altre voci – prodotti alimentari e bevande analcoliche, ricreazione, spettacoli e cultura – hanno rallentato ma presentando, a fine anno rispetto all’anno precedente, il segno più. I prezzi degli alimentari, in particolare, hanno rallentato per via degli alimentari non lavorati. E forse qui possiamo scovare un indicatore importante su come gli italiani hanno dovuto riorganizzare la loro tavola nel pieno della crisi Covid: nell’ambito degli alimentari non lavorati, infatti, hanno subito un rallentamento i prezzi della frutta fresca o refrigerata e quelli dei vegetali freschi o refrigerati diversi dalle patate.

I dati del nostro territorio

Siamo sempre nell’ambito dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (il NIC di cui sopra). I prezzi al consumo sono cresciuti, seppure di poco, al Sud e nelle Isole, mentre hanno subito una flessione nel Nord-Est, nel Nord-Ovest e al Centro, dove si è registrata una variazione negativa più ampia di quella nazionale. Tra i capoluoghi delle regioni e delle province autonome e tra i comuni non capoluoghi di regione con più di 150mila abitanti, a Bolzano, Napoli e Perugia i prezzi al consumo sono cresciuti e hanno registrato le variazioni positive più ampie, mentre la flessione maggiore si è avuta ad Aosta.

 

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