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Transizione energetica, “si può fare di più”

A sostenerlo è l’Agenzia Internazionale dell’Energia nell’edizione speciale del suo World Energy Outlook, realizzata a supporto della COP26 di Glasgow

Nel 2020, persino quando le economie erano piegate sotto il peso della pandemia di Covid-19, le fonti di energia rinnovabile come l’eolico e il fotovoltaico hanno continuato a crescere rapidamente. E i veicoli elettrici hanno stabilito nuovi record di vendita. L’emersione della nuova economia energetica è proseguita: merito di un circolo virtuoso di azione politica e innovazione tecnologica, e ora lo slancio è sostenuto anche da costi più bassi.

Insomma, nel campo delle fonti per la produzione di elettricità finalmente fotovoltaico ed eolico cominciano a essere competitivi rispetto a carbone e petrolio. Anche in termini di investimenti e occupazione. Ma c’è un “ma”. Per quanto veloce sia il cambiamento, deve sempre e comunque vedersela con quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia chiama “la testardaggine dello status quo”.

Per effetto degli scompensi prodotti dalla pandemia di Covid-19 prima e dalla ripresa post-pandemica dopo, il 2021 sta assistendo a un grande rimbalzo nell’uso di carbone e petrolio. E si deve in gran parte a questo il secondo maggior incremento annuale di emissioni di CO2 nella storia. Come dire: un passo in avanti, ma anche qualche passetto indietro.

In ogni caso, si può – e, anzi, si deve – fare decisamente di più. A sostenerlo è proprio l’Agenzia Internazionale dell’Energia nell’edizione speciale del suo World Energy Outlook, realizzata a supporto della 26esima Conferenza delle Parti (COP26), al via a Glasgow dal primo novembre.

Come siamo arrivati fin qui?

Il settore energetico è responsabile di quasi tre quarti delle emissioni che hanno già spinto le temperature medie globali 1,1 gradi Celsius sopra il livello dell’era preindustriale, con impatti sul clima che sono sotto gli occhi di tutti. Ma non si può semplicemente dire “stoppiamo tutto subito”.

Dall’attuale mix energetico, per quanto ancora sbilanciato a favore delle fonti più inquinanti, dipendono la sussistenza e i progetti di una popolazione globale di circa 8 miliardi di individui, destinata a crescere di altri 2 miliardi di persone circa entro il 2050.

D’altro canto, il problema c’è e va affrontato. Non solo: portare il mondo sulla strada del contenimento a 1,5 gradi Celsius dell’aumento delle temperature medie globali rispetto all’era preindustriale richiede fin da ora un’impennata degli investimenti annuali in progetti e infrastrutture per l’energia pulita.

Sì, perché, secondo le proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, gli impegni annunciati non bastano.

Serve una spesa aggiuntiva per colmare il divario tra lo scenario A, che è quello ideale, delle zero emissioni nette entro il 2050, e lo scenario B, quello che invece si aprirebbe “semplicemente” rispettando gli impegni già annunciati (“Announced pledges scenario”).

La sfida del carbone

Scenario A e scenario B, dicevamo. Scenario ideale, le zero emissioni nette, contro scenario “degli impegni annunciati”, per così dire, che segnano un passo nella direzione giusta ma che non sono ancora abbastanza. Il primo, come si può intuire, è il più coraggioso. Prova ne sono le proiezioni sul declino della domanda di carbone: avviene in entrambi gli scenari, ma attestandosi al -10% al 2030 nell’Announced pledges scenario e arrivando addirittura al -55% nello scenario delle zero emissioni nette.

Il nodo del lavoro

Senza dimenticare, però, gli effetti sul lavoro: bisogna infatti prevedere un sostegno per tutti coloro che perderanno il posto nei comparti che oggi appaiono avviati al tramonto.

“Le transizioni energetiche creano dislocazioni”, sottolinea l’Agenzia Internazionale dell’Energia. “Vengono creati molti più nuovi posti di lavoro, ma non necessariamente negli stessi luoghi in cui sono stati persi”. Non solo: “i set di competenze non sono automaticamente trasferibili, e sono necessarie nuove competenze”.

Ecco perché “i governi devono gestire l’impatto con attenzione, cercando percorsi di transizione che massimizzino le opportunità di un lavoro dignitoso e di alta qualità e permettano ai lavoratori di utilizzare le loro competenze esistenti, mobilitando un sostegno a lungo termine per i lavoratori e le comunità interessate”.

Proprio l’impennata della spesa invocata dall’AIE per incrementare la diffusione delle tecnologie e delle infrastrutture per l’energia pulita fornisce la via d’uscita da questa impasse: ma tutto deve avvenire rapidamente, oppure i mercati energetici globali dovranno affrontare un periodo di turbolenza e volatilità. Segnali chiari e una direzione altrettanto chiara da parte dei politici sono essenziali.

“Se la strada davanti a noi è lastricata solo di buone intenzioni, allora sarà davvero un viaggio accidentato”.

Tutelare i consumatori

Le transizioni energetiche possono fornire un riparo dallo shock legato ai picchi dei prezzi delle materie prime, se i consumatori possono contare su un supporto per gestire i costi iniziali del cambiamento. E d’altra parte, sottolinea l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i costi dell’inazione sul clima sono immensi. Anche per lo stesso settore energetico.

“Stimiamo che circa un quarto delle reti elettriche globali affronti attualmente un alto rischio di venti ciclonici distruttivi”, per non parlare delle raffinerie costiere “soggette a gravi inondazioni” e delle centrali termiche raffreddate ad acqua dolce “in aree ad alto stress idrico”.

Secondo lo scenario più conservativo (“Stated policies scenario”), quello cioè che non dà affatto per scontato che i governi riescano a rispettare gli obiettivi che si sono dati, la frequenza degli eventi di calore estremo raddoppierebbe entro il 2050 rispetto ad oggi, e tali eventi sarebbero circa il 120% più intensi, influenzando le prestazioni delle reti e delle centrali termiche e spingendo la domanda di raffreddamento.

Cambiare conviene a tutti

Lo scenario zero emissioni nette, per contro, apre opportunità interessanti per produttori di turbine eoliche, pannelli solari, batterie agli ioni di litio, elettrolizzatori e celle a combustibile: un mercato da più di mille miliardi di dollari entro il 2050, paragonabile per dimensioni all’attuale mercato globale del petrolio. Spazio anche per quelle aziende che producono e forniscono gas a basso contenuto di carbonio.

E l’occupazione nei settori dell’energia pulita “è destinata a diventare una parte molto dinamica dei mercati del lavoro, con una crescita che più che compensa il declino dei settori tradizionali di fornitura di combustibili fossili”.

Secondo lo scenario degli impegni annunciati, l’energia pulita impiegherà 13 milioni di lavoratori in più, cifra che raddoppia nello scenario zero emissioni nette.

Insomma, l’AIE sollecita tutti a fare degli anni venti di questo secolo il decennio della diffusione massiccia dell’energia pulita. Dalla COP26 ci si aspetta l’avvio del cantiere. Con il contributo, si spera, di tutti.

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